Al salire della preoccupazione di un possibile contagio da coronavirus, si riduce esponenzialmente il numero di presenze degli uffici di tutto il nord Italia, un po’ per direttive imposte “dall’alto”, un po’ per via della crescente paura di dover passare le prossime settimane in quarantena, allontanati dalla famiglia e irrimediabilmente additati come untori.

Di fronte alla necessità di giustificare questa tendenza collettiva, sempre più spesso si sta facendo riferimento allo “smart working”: ma stare a casa da lavoro una settimana è davvero smart-work?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo prima definire il concetto di “lavoro agile”: non si tratta soltanto lavorare in un luogo che non sia l’ufficio, ma è una nuova filosofia manageriale, fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.

Come sottolinea Emanuele Madini, lo Smart Working è “un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo e azienda”.

L’obiettivo è quello di proporre autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati, ma la sua realizzazione non è così semplice come sembra: presuppone il ripensamento “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le attività lavorative, non solo all’esterno degli spazi aziendali, ma anche al loro interno.

Far partire progetti di smart working, come avrebbero già fatto quasi il 58% delle aziende italiane, richiede che ci sia fiducia fra le persone, che si abbia un buon rapporto nella gestione delle scadenze e risoluzione dei problemi, che si abbia una visione comune sui progetti aziendali e, soprattutto, che vi sia collaborazione fra i membri di un team, fisicamente presenti o meno.

Lavorare da casa tre giorni a settimana perché vi è un’emergenza sanitaria che impedisce di recarsi in ufficio non significa necessariamente adottare un modello lavorativo “smart”, ma si tratta, nella maggior parte dei casi, di una risoluzione temporanea ad un problema.

Questo però non significa che l’esperienza che siamo stati costretti a sperimentare non possa apportare cambiamenti positivi a lungo termine, illuminandoci sui benefici (o sugli svantaggi) dello smart work.

Nelle più rosee aspettative, lavorare in remoto porta solo benefici: orari adatti alle nostre esigenze, niente più salti mortali per incastrare gli impegni, fine delle corse in autobus, metro o macchina per raggiungere l’ufficio, più tempo da dedicare alla famiglia e a noi stessi, il tutto continuando a lavorare!
Ma non solo: molti hanno riscontrato una maggior produttività lavorativa, dovuta sia ad un ambiente più stimolante (proprio perché la scelta è a discrezione dell’individuo), sia ad orari che si adattano alle nostre esigenze (e non il contrario), così che il “tempo della produttività” venga sfruttato interamente e intensamente.

Dall’altro lato però, una attività di smart working non organizzata bene può portare a molti svantaggi: spesso ci si lascia attrarre dal modello lavorativo proposto dalla Silicon Valley e da aziende come Google o Apple, credendo ingenuamente che l’organizzazione di questi colossi sia basata sulla spontaneità, sulla flessibilità totale, sulle attitudini e preferenze del singolo, cui l’ambiente circostante si deve adattare nel miglior modo possibile.

Nella realtà, questo tipo di impostazione “non rigida” richiede ancora più organizzazione, per evitare che il lavoratore si ritrovi a dover fronteggiare tutti gli svantaggi della situazione: reperibilità quasi totale, raddoppiamento del tempo passato al telefono o al computer, accavallarsi di chiamate e impegni, essere vincolati alle mura di casa e costringere la famiglia ad essere “smart” e flessibile, per adattarsi lei stessa a orari e impegni di lavoro mai certi.

In conclusione, lo smart working, come tutte le cose, ha lati positivi e negativi: da un lato abbandonare l’ufficio ci sembra un sogno di libertà, dall’altro l’integrazione eccessiva fra lavoro e vita privata può trasformare il nostro sogno in un incubo.

In Connetto siamo di quest’idea: lo smart working funziona, ma deve essere organizzato bene.
Non deve essere una scusa del lavoratore per impegnarsi di meno, perché la forza del nostro team risiede nella fiducia reciproca e nella collaborazione continua; ma non deve essere neanche una forma di sfruttamento “a distanza” di una risorsa, perché noi non compriamo il tempo di chi lavora in Connetto, ma le sue capacità.